Sia fatto voto
di fare poesia
di ogni cosa.

Di ogni svolta annunciata
e delle decisioni non prese,
della bellezza celata
e di quella palese.

Dell’attimo, sospeso e immenso,
di ogni vita
tra quello che era
e quello che ancora non è.

Della meraviglia di questo creato,
intimamente connesso,
splendidamente illuminato.

“Non sembri mai
scalfito
dagli eventi”.
Mi dici,
e penso

A questa anestesia
che non mi fa sapere
se ci sia
un sole alto nel mio cielo
o un tempo di tempesta
o un buon motivo
per non fare festa.

Indeterminato,
attendo di sentire,
davvero, ciò
che veramente sento,
rido beato e prego
di esserne contento.

Pensavo che un tempo migliore
dovesse arrivare,
che il resto
dovesse durare,
per sempre.

Per sempre:
stagioni,
e le lune,
e le ore.

Di giorno,
e di notte:
le ore battute
da un orologio
in un corridoio
non lontano,
li’, per sempre, accanto al divano.

Quel pendolo lì
mi ha lasciato
ma io,
in un’altra direzione,
ho continuato
ad aspettare
un tempo migliore,
contando, impaziente,
stagioni,
e le lune,
e le ore.

Ora so:

che questo è il tempo migliore
e quello passato
e quello che deve arrivare.

Mi puoi perdonare?

Una delle cose formidabili della vita è che, per certi suoi tragitti imperscrutabili, ti porta in un tempo relativamente breve a trovare risposte a domande “esistenziali” in luoghi mentali che avevi visitato in modo frettoloso o distratto. Spesso la risposta era lì sotto i tuoi occhi. Spesso richiedeva di mettere in correlazione cose che avevi osservato anche a breve intervallo di tempo ma, semplicemente, non eri pronto a collegare.

Fatta questa altisonante premessa e mentre osservo il titolo di questa pagina come una incombente spada di Damocle sullo scrittore goffo e incompetente che “verga” (elettronicamente) queste righe, provo a spiegare a cosa mi riferisco. Forse ricorderete un articolo di questo blog di un paio d’anni fa… che si riferiva anch’esso al misterioso oggetto invocato nel titolo a cui almeno metà dell’umanità, sono sicuro, rivolge un grato pensiero ogni giorno che il Signore manda sulla Terra.

L’articolo faceva riferimento alla ciclicità e al bisogno che abbiamo di trovare certezze nella ripetizione (il campionato di calcio, per esempio). Nei commenti di quell’articolo, due lettori del blog facevano riferimento a un meraviglioso film “Ricomincio da capo” (letteralmente “il giorno della marmotta”) in cui il protagonista rimaneva intrappolato, costretto a rivivere ogni giorno, letteralmente, la stessa giornata. Quello che mi sfuggiva due anni fa era che in quello stesso film era iscritta una esplicita via di fuga che risolveva, per molti versi, il senso di ansietà che mi aveva portato a scrivere quel blog post. E pensare che era da anni uno dei miei film preferiti!

Il protagonista usciva dall’incantesimo, e scioglieva le sue pene d’amore, quando trasformava quella singola giornata nella giornata perfetta in cui ogni singolo istante, semplicemente, era vissuto in tutta la sua intensità senza bisogno di immaginare un passato su cui recriminare o un futuro migliore da sperare.

Formidabile.

Si aggiunga che recentemente ho reincontrato la meditazione zen (anche grazie al sito del mio amico Francesco). Avevo cominciato a vent’anni. Affascinato dalla scuola Rinzai e dalla indeterminatezza dei koan. Ora, più compassionevole e meno saggio, mi ci riaffaccio dal lato della scuola Soto. E capisco, tramite lo zazen, di potere/dovere meditare la straordinaria infinita possibilità che si nasconde nel vivere ogni singola azione nella perfezione del momento in cui si svolge.

Per citare un maestro zen presente solo nella memoria digitale di un software di rendering 3-d, il monumentale Oogway dell’ancora più monumentale Kung-Fu Panda: “il passato è storia, il futuro è mistero ma oggi è un dono.. per questo si chiama presente”.

Ecco che, improvvisamente, nella mia mente le due idee hanno fatto corto circuito, Il castello di carte della coazione a ripetere è crollato (non rumorosamente, ma con un certo effetto scenico) e l’immanenza che proietta il proprio sé nel grande sé che è vacuità ha assunto un significato assoluto nella semplice perfezione dell’attimo: una foglia di rugiada su un fiore di loto.

E,  almeno stavolta, con malcelata insoddisfazione, la gnocca non c’entra nulla. Ma, ciò nonostante, in termini assoluti, essa, quando c’è, aiuta.

Un libro sul mio comodino
lo stesso di tanti anni fa.
Riletto con meno saggezza
ma con più pietà.

Con gli occhi di quello che ero,
che sono,
che non sono più.

Lettura.
Che preghiera non è.
Non lo era,
non lo sarà.

Da lasciare,
da finire,
da ricominciare.

Da indirizzare
a un dio minore
che tutto sommato
la sappia apprezzare
o perdonare.

Sospeso
e senza fiato,
orfano di un tuo giudizio,
riempivo i tuoi silenzi
con i fantasmi, coi sogni
dell’anima.

Fuochi inutili,
inutilmente accesi
per evitare di dissolvermi
nel vuoto del creato,
nel vasto nulla che è nulla,
forma che è (e non è) forma.

Zazen

E senza piu’ distinguere
il dentro dal fuori,
piu’ libero, piu’ consapevole, piu’ triste,
mi sveglio dal mio sogno
e ti guardo
e mi guardo.

Uso ogni atomo del mio cinismo
per imbottire il mio cuscino
e guardo il futuro
e il passato
nel perfetto equilibrio
di questo istante.

In questa posa immobile,
soffia il vento
ma non cambia
il mio restare,
immemore
del mio dolore.

Fosse anche per un attimo,
mi guardo,
ti guardo,
la stessa sostanza,
la stessa sostanza dei sogni
la stessa sostanza di tutto.

Questo post è, in realtà, un diario di viaggio e una ricetta. Quindi, parecchio meno stimolante del solito. Il che vuol dire, sostanzialmente una palla terrificante. Quindi, fermatevi qui, veramente.

Ingredienti: un vecchio PC, un iPod (per l’esattezza un “classic”, seconda generazione, 160GB).

Il PC… era “lento”. Insopportabilmente lento. I cartoni delle bambine… procedevano a scatti.
L’intero desktop era orribilmente “mischiato” tra i vari utenti e la gestione multiutente di windows, francamente incompatibile con la lentezza del sistema.

Echeccevo’? Passo tutto su Linux.

Bene, applicata una “distro” leggera leggera (Crunchbang per la precisione) ho iniziato a gestire un “transitorio”: tutto su Linux tranne iTunes (che, per motivi nobilissimi… quali per esempio il denaro, non è disponibile per il sistema del pinguino).
In particolare… ho abilitato VirtualBox (Sun… quanto mi manchi) e in esso il prestigioso Windows XP e l’ancora più prestigioso gestore di musica di Cupertino.

Ma, ovviamente, non potevo essere contento cosi’.

E’ iniziato un breve ma significativo calvario per migrare il tutto su Linux.
Provati un numero significativo di player/accrocchi (Banshee e Clementine, che peraltro è spettacolare, per citarne un paio)… per scoprire che:

– il database di itunes… è proprietario. Ma davvero. Nel senso che il vero padrone del tuo iPod in realtà… non sei tu. Ma lui
– quando un software dice che ha finito. Non sempre è vero che ha finito.

Dopo un paio di serate di “prototyping and out of the box thinking” (accompagnate da sonori bestemmioni che hanno peraltro spaventato le bambine e colpito la sensibilità religiosa dei vicini)… ho capito che il problema era l’ipod. Due possibili scenari:

– martellone e acquisto di un cowon X7
– un po’ di ricerche sulla scena hacker.

Valutata l’indisponibilità di un martello acconcio… ho scovato su internet un sito perfetto alla bisogna con i seguenti effetti conclusivi:

– il mio iPod adesso suona usando un sistema operativo opensource (e non più il firmware proprietario di Apple). Si chiama RockBox ed è “una pittura”.
– in questo modo, l’iPod è agli occhi di Linux un semplice disco USB (ci trascino i file… anche i Flac!… e suonano… lo sincronizzo a riga di comando… per esempio con csync – leggero e nutriente).
– ci gioco a Pacman con Mame (lo so… non serve a niente… ma ci impressiono gli impressionabili).

E, incidentalmente, suona decisamente meglio!

Haiku

Luna nuova
vicino a Giove.
Passerà. (tutto passa).

Una mucca di plastica
e le righe dell’area parcheggio.
I cassoni dell’AMA
e il fulgore dello spartitraffico.
Le matasse di cavi di rete
ed il prato coperto di brina.

Il corriere e il registro di scarico,
i bidoni di olio sintetico
e il vapore dello scambiatore,
sono prove innegabili
dell’amore
di Dio.