La concomitante scomparsa di Steve Jobs e di Dennis Ritchie mi hanno fatto riflettere su alcune questioni del mondo in cui viviamo che, tutto sommato e dopo varie titubanze, ho deciso di mettere a fattor comune coi 25 lettori di questo blog.

Chiariamo subito che questo articolo non intende minimamente giudicare il contributo alla storia dell’informatica (o, se per questo, dell’umanità) dei due personaggi in questione. In particolare, l’autore ha molto apprezzato il discorso di Jobs a Stanford ed è in grado di citarne ampi stralci a memoria, alle volte non riuscendo a soffocare una sincera commozione.

Cio’ detto, darei per scontato che tutti conoscano nel dettaglio vita e opere di Steve Jobs. Ipotizzo che sia meno nota l’attività di Ritchie.
Ritchie ha inventato il linguaggio C ed è stato uno dei principali autori di Unix.

Per una migliore comprensione di cosa significhi questo per l’informatica, i fortunati possessori di un Mac potrebbero, dopo aver preso le opportune precauzioni (per lo meno un potente ansiolitico) tentare l’intentato e lanciare un “terminale” (e’ sotto applicazioni -> utilità).
Superato lo shock di una interfaccia poco stilosa e decisamente non in tinta con la propria borsa (oltre tutto, sono davvero mortificato ma non è disponibile una cover magnetica),  li prego di prendere consapevolezza di un interessante asserto: il loro Mac Os X è nipote di Unix (e, se proprio vogliamo essere pedanti, figlio di NeXTStep).
E, peraltro, il software applicativo del loro Mac è scritto in un linguaggio che (udite, udite) si chiama Objective C (di ovvia paternità).

Interessante.

Ma l’aspetto al quale si rivolge la mia riflessione di oggi non è questo.
Unix ha partorito, come abbiamo visto, Mac Os X. Ma anche Linux e Xenix e Sun Solaris e Hp-Ux. Una intera comunità a partire dagli anni settanta ha fatto un lungo e articolato viaggio nel quale tutto (o quasi) era possibile e mille possibili varianti, mille tentativi, mille fallimenti sono stati esplorati.
Un’intera comunità che ha collaborato, interagito, litigato, ipotizzando che non esistesse UN MODO GIUSTO di fare le cose ma che ognuno potesse costruire UN MODO MIGLIORE PER SE di farle.
Una comunità, quella hacker, che ha cercato di fronte a uno strumento di chiedersi continuamente se ci fosse un modo inesplorato di utilizzarlo.
Questi modi inesplorati portano a rotture e risultati imprevisti. Risultati imprevisti che generano conoscenza… e altri risultati.

In aperto contrasto a questo, l’informatica di consumo è oggi sostanzialmente bipolare.
Da una parte la galassia Google. Libera (come in “ingresso libero”, non come in “libero pensiero”) a condizione di pensare Google, respirare Google, interagire Google, ricercare Google. E che ci spinge verso un paradigma nel quale i nostri PC diventano niente senza un server che offre loro un servizio di ricerca. Quello di Google (che determina centralmente cosa si vede, cosa non si vede, in che ordine si vede).
Dall’altra una galassia Apple che scambia una perfetta funzionalità, usabilità, interazione con l’accettazione di un paradigma di utilizzo basato sull’accettazione, oserei dire religiosa, del MODO D’USO (quello predefinito) e delle CONDIZIONI D’USO (i dispositivi lockati, il market privativo).

E, attenzione, non è un problema di tecnologia, da nerd rancorosi.
E’ una questione che determinerà la forma mentis dei nostri figli.
Quanto vogliamo che sperimentino e siano in sostanza liberi (come in “libero pensiero” non come in “ingresso libero”) dipende, anche, dalle tecnologie che pervasivamente utilizzano.
Io, per me, ci starò attento.

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